Wilma De Angelis: The Fame Monster!

By on dicembre 2, 2010

Uno non fa in tempo ad elaborare una teoria, a divulgarla presso i fedelissimi per testarne l’appeal, che la realtà provvede all’istante a confermarla nel modo più plateale. Proprio due giorni fa riflettevamo su come la diffusione di un fenomeno mediatico presso strati sociali ‘laterali’ ne certifichi in qualche maniera la completa popolarità. Parlavamo di Lady Gaga, ricordate? L’esempio della nonna “sibilla del tubo catodico” con il quale sostenevamo la nostra ipotesi ha dimostrato più volte di avere un suo senso in effetti, ma non ci saremmo con questo aspettati una conferma tanto immediata e significativa quanto quella che per tutto il pomeriggio ha intasato i profili Facebook e i blog di milioni di utenti. Di cosa parlo? Ovviamente della cover di Bad Romance con la quale Wilma De Angelis ha provveduto a rallegrare (?) l’atmosfera finto-familiare di Se… a casa di Paola proprio l’altro ieri. La Martha Stewart dello stivale (o dei miei stivali?), antesignana delle varie Antonelle Clerici e Benedette Parodi, si è prodotta in una italianissima rivisitazione della hit della Germanotta, intitolata Dimmi di sì, conquistandosi nello spazio di 2 minuti un posto d’onore nella Hall of Fame (letto proprio F-A-M-E, nel senso di ‘acceso appetito’, ndr) del trash italico. Non che prima non fosse già ben piazzata in classifica, intendiamoci.Ma c’è una certa coerenza, a ben guardare, tra la performance della scoppiettante 80enne e il tono d’insieme della trasmissione condotta dalla compagna dell’eminenza grigia Lucio Presta. In Italia, chissà perché, i contenitori cosiddetti familiari devono avere sempre una variegatura di mediocrità. Qualcuno dirà che sono critiche trite, io dico che repetita iuvant: se non è nelle premesse che un programma pomeridiano tratti argomenti di antropologia culturale o di microbiologia, certo non è nemmeno nelle premesse che riduca lo spettatore ad una catatonica spugna pronta ad assorbire, tra una ‘storia vera’ e un’intervista, qualunque genere di liquame televisivo. In realtà, la cosa che è davvero ancor più irritante, in questo caso, è che ‘A casa di Paola’ cerchino anche di darsi un tono.

Almeno la mimica facciale di Barbara D’Urso è talmente esasperata, gli ospiti talmente sopra le righe, gli argomenti talmente ruffiani che c’è una sorta di coincidenza tra forma e sostanza. A casa di Paola invece c’è un’aria da salotto borghese illuminato profondamente fastidiosa e forse un pizzico disonesta. Per carità, apprezziamo il tentativo di dare voce a chi vuole denunciare un’ingiustizia, raccontare il suo passato, dire la sua, rimettersi in gioco (come sottolinea il sito della Rai), ma, siccome queste volenterose premesse si affiancano spesso ad episodi del genere De Angelis-Poker Face, smettiamola almeno di fare i sofisticati.

Quanto alla povera Wilma, lei sì coerentissima nel suo percorso professionale (nella sua carriera ha portato al successo pezzi del calibro di Patatina, di cui circola una versione ‘featuring’ Platinette in abiti maschili che farebbe impallidire d’invidia la stessa Lady Gaga con Beyoncé): ha evidentemente solo fatto i suoi conti. Il sottilissimo crinale che divide l’autoironia dal ridicolo ? si sa ? nel mondo della televisione italiana vale sempre la pena di essere percorso.

About Francesco Ripa

Nato ad Ancona nel 1982, è dottorando di ricerca in Italianistica a Roma. Si definisce quasi un ‘anfibio culturale’: è attore professionista, diplomato alla Scuola del Teatro Stabile delle Marche e alla Nuct di Cinecittà, ed ha recitato in cortometraggi, spot e fiction televisive; ma allo stesso tempo ama la scrittura e la letteratura. Ha pubblicato anche su alcune riviste letterarie. Scrivere di televisione rappresenta per lui una felice ‘quadratura del cerchio’ della sua personalità professionale.

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