La mezz’ora di Lucia Annunziata

By on marzo 8, 2011
Annunziata

Al contrario di quanto accade con il suo nome di battesimo, evocativo di un aspetto esteriore e di un carattere delicati che nei fatti non possiede, Lucia Annunziata ha invece nel cognome il suo destino. In quel cognome, conferma accessoria di origini meridionali già splendidamente suggerite dalla sua personalissima pronuncia dell’italiano, la giornalista campana porta scritta la passione che ha caratterizzato la sua intera esistenza: dare le notizie (e “tarle nel moto ciusto”, aggiungerebbe lei, ndr). Laureata in filosofia, è stata corrispondente dagli Usa (per il Manifesto), dall’America centrale e latina (per Repubblica), dal Medioriente (sempre per Repubblica) e di nuovo dagli Usa (ma questa volta per il Corriere) ed ha seguito alcuni tra gli avvenimenti più importanti della storia mondiale degli ultimi trent’anni.

Tuttavia è della Lucia Annunziata televisiva che ci occuperemo. Da alcuni anni ormai, con il suo programma In ½ ora, in diretta la domenica alle 14.30 su Rai 3, la giornalista mette sotto torchio i protagonisti della vita politica e sociale italiana bersagliandoli con domande incalzanti e disseminando consonanti inconsulte a manciate. C’è poco da fare, Lucia non ha paura di nulla e sa fare il suo mestiere: che è quello di fare domande, autonome e finalizzate ad ottenere risposte concrete. È rimasto memorabile il suo scontro del 12 Marzo 2006 con Silvio Berlusconi, di cui mi piace riportarvi uno stralcio:

Lucia Annunziata Berlusconi Foto

S. B.: “Io ho a disposizione questa intervista… bene lei è una violenta e mi sta veramente cercando di non far dire le cose. Sì, lei sta esprimendo una violenza nei miei confronti”.

L. A.: “Presidente io vorrei avere il privilegio di essere una delle poche persone che con lei riesce a fare delle domande invece semplicemente di sentirsi dire che cosa si deve sentir dire. Mi piacerebbe farle delle domande e continuare a fargliele. Questa è un’intervista, lei avrà i dibattiti…”.

S. B.: “Lei sta approfittando della mia educazione, buona educazione. Continuiamo”.

L. A.: “Siamo tutt’e due di buonissima educazione, Presidente. Rimane il fatto che le domande qui in casa mia le faccio io. Allora io le volevo dire questo…”.

S. B.: “Credevo che questa fosse la casa della Rai, di tutti gli italiani, invece è casa sua”.

L. A.: “Be’, è casa mia perché questo piccolissimo pezzo che è mio, è mio Presidente”.

S. B.: “Allora mi domanda che cosa ha fatto il governo in questi cinque anni? Mi domanda cosa farà il governo nei prossimi cinque anni?”

L. A.: “Ci arriviamo, Presidente”.

S. B.: “Ci arriviamo alla fine della trasmissione? Complimenti!”

L. A.: “Siamo ancora a 14 minuti, guardi, dobbiamo farne 30”.

S. B.: “Allora me li faccia impiegare in cose che interessano gli spettatori, non che interessano solo lei”.

L. A.: “Insomma, voglio dire Presidente, ma questa è una trasmissione fatta da me: avrà altre situazioni, altri giornalisti, altri posti, non è detto che i giornalisti debbano fare tutti la stessa cosa. Chiudiamo questo siparietto. Chiudiamo questo siparietto”.

Il resto, come certamente saprete, è storia: dopo alcune altre battute Silvio Berlusconi ha alzato i tacchi (espressione quanto mai adatta, nel caso di specie, ndr) e se ne è andato, lasciando la Annunziata sola, in diretta, con la sua monolitica e indomabile professionalità.

Al di là dell’episodio scelto, che costituisce per sua stessa natura il caso più eclatante e dunque accattivante, ed anche al di là del pensiero politico di ognuno di noi e delle eventuali tangenze che la Annunziata può avere con tale o talaltro partito, mi pare opportuno rilevare quanto in un paese democratico un esempio di indipendenza professionale del genere dovrebbe essere un’ovvietà e quanto, di fatto, nel nostro non lo sia. L’eventuale approfondimento delle ragioni di questo stato di cose esorbita evidentemente dal vostro e mio interesse in questa sede e, mi pare, è già ampiamente dibattuto in altre; resta il fatto che persone come la Annunziata, che noi lo vogliamo o no, rappresentano una speranza per le donne di questo paese: perché, banalmente, vanno al sodo e combattono perché siano il coraggio e l’autorevolezza del lavoro gli aspetti più brillanti della loro personalità. Una personalità tanto grande da fare paura se il 20 febbraio scorso In ½ ora non è andato in onda perché un ospite si è rifiutato, per prudenza nei confronti del suo partito, di comparire in video e sottoporsi alle domande della giornalista campana.

Lucia Annunziata Rai3 Foto

Voi direte che sto ripetendo cose semplici, dati acquisiti: ma ognuno di noi sa che i luoghi comuni sono tali proprio perché il più delle volte sono veri e spesso tali ‘luoghi’ sono diventati ‘comuni’ a prezzo di una faticosa conquista. Ed è proprio in quei casi che, se si sente la necessità di ribadirli, c’è da preoccuparsi. Dunque c’è da ringraziare se il giornalismo televisivo italiano annovera ancora tra le sue file persone come la Annunziata che hanno il pregio sempre pià raro di avere rispetto per il lavoro che fanno e per chi di quel lavoro si avvale per crearsi un’opinione, quale che sia.

Dunque buona festa della donna, Lucia Annunziata, e buona festa della donna a quante, come te, hanno le palle ‘quaTrate’ e non smettono di ‘creTere’ nell’intelligenza femminile, quella vera.

About Francesco Ripa

Nato ad Ancona nel 1982, è dottorando di ricerca in Italianistica a Roma. Si definisce quasi un ‘anfibio culturale’: è attore professionista, diplomato alla Scuola del Teatro Stabile delle Marche e alla Nuct di Cinecittà, ed ha recitato in cortometraggi, spot e fiction televisive; ma allo stesso tempo ama la scrittura e la letteratura. Ha pubblicato anche su alcune riviste letterarie. Scrivere di televisione rappresenta per lui una felice ‘quadratura del cerchio’ della sua personalità professionale.

6 Comments

  1. anonimo

    marzo 8, 2011 at 13:15

    questo sì che è un augurio, una dedica, e una mimosa.

  2. Francesco Ripa

    marzo 8, 2011 at 15:21

    Bene. È un piacere!

  3. Enrico Gallo

    aprile 17, 2011 at 15:37

    I dieci consigli utili da effettuare alla spesa pubblica e risolvere definitivamente il problema del debito pubblico Italiano.

    1. Sindacalizzare il mensile dei politici con relativi gettoni di presenza.

    2. Sopprimere tutti i privilegi, Treni; Aerei; Affitti; Ristoranti; Cellulari, ecc, poiché la carriera politica non coincide con una divinizzazione dell’essere umano.

    3. Ridurre le auto blu con relativi autisti e portaborse, altrimenti creare una tassazione limitata solo a chi usufruisce di tale ‘inutile’ servizio.

    4. Abolire il vitalizio pensionistico per chi non ha compiuto oltre i 35 anni di servizio politico..

    5. Durante il mandato parlamentare non ricoprire altri ruoli ed incarichi, onde evitare un conflitto d’interesse a danno dei benefici del paese.

    6. Effettuare il sequestro dei beni ai politici corrotti, ed ai loro prestanome. (specie se relativi a quei lavori per cui si è beneficiato di soldi destinati alla collettività e mai terminati).

    7. Sospendere le mensilità agli assenteisti, incapaci ed inefficienti o impossibilitati a presenziare nei luoghi per cui si sono impegnati a rispettare il programma proposto nella campagna elettorale.

    8. RIDURRE DRASTICAMENTE il numero di soggetti politici ed affini:

    Comunali; (Provinciali e Regionali); (Deputati e Senatori); Parlamentari Europei; Sindacalisti, ecc, oltre agli enti inerti.

    9. ridurre tutte le forme di sovvenzionamento, ai partiti ed eliminarle per gli organismi autonomi, tra i quali la stampa.

    10. Sopprimere tutte le missioni estere delle forze armate, ecc. e reimpiegare quelle risorse al rilancio del lavoro, per quei tanti giovani precari e disoccupati.

  4. Pingback: Anche Lucia Annunziata fuori dalla rai. La7 non fartela scappare. | LaNostraTv

  5. Pingback: Paolo Ruffini: voglio le scuse di Lucia Annunziata | LaNostraTv

  6. Dino Murgolo

    aprile 1, 2012 at 18:58

    Bene ha fatto Lucia Annunziata a dedicare la puntata odierna del suo In ½ H su Rai 3 ai suicidi dei piccoli imprenditori nel nord-est.
    Le ragioni, i numeri, le ricadute del fenomeno (è stato osservato, delle stesse dimensioni di quello dei militari italiani caduti in Afghanistan) sono ben note. Chiunque può trovare su internet gli approfondimenti che possono interessare e mi sembra superfluo aggiungere analisi ad analisi.
    Invece quello che vorrei dire, che mi colpisce, è l’impreparazione, lo smarrimento, in primo luogo di chi è direttamente coinvolto ma direi anche dell’opinione pubblica che comincia ad avvertire il problema, se non delle stesse organizzazioni imprenditoriali che dovrebbero rappresentarne le istanze, a decifrare il senso, le cause strutturali profonde che stanno sullo sfondo di questi gesti di disperazione. Come sempre, si tronca con la realtà quando non solo non si riesce a sostenerla materialmente ma, prima ancora, si fatica a comprenderla quindi ci si affida ad un gesto estremo che riassume in sé il dramma di una comunicazione impossibilitata.
    Ho finito ieri di preparare un articolo, che dovrebbe comparire a breve su Diffusion Press, sul mercato del lavoro e l’occupazione giovanile, dove riporto i dati statistici di come un giovane su 3 oggi in Italia non trova lavoro e quote sempre più consistenti dei nostri giovani vengono adibiti ad occupazioni precarie o si rassegnano a non cercarne nemmeno una. La crisi dell’impresa è l’altro lato della stessa medaglia di latta del sistema paese.
    Il governo prova a farsi carico del problema, per via riforma del mercato del lavoro (che in quell’articolo, disponibile per chi me lo chieda, provo a commentare) e per via linee di politica industriale solo qualche giorno fa illustrate nell’audizione alla commissione bilancio della Camera del ministro per lo sviluppo economico Passera. In queste ultime, tra l’altro e a proposito, ci sarebbe la previsione di restituzione alle imprese di circa il 50-60% dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, per importi dell’ordine di 50-60 miliardi! Una tale decurtazione del debito scaduto, se fosse realizzabile nei prossimi 12 mesi, avrebbe immediatamente un effetto positivo sui bilanci e sulle necessità di credito soprattutto delle piccole e medie imprese, considerato che gran parte dell’indebitamento delle PMI e del consumo delle linee di credito delle banche è legato a questo fenomeno. Innescando, si auspica, un circolo virtuoso.
    Dunque lo Stato, il cui debito da sanare costituisce il carico sovrastante la crisi, non è un soggetto estraneo alle conclamate necessità di liberalizzazione dei soggetti operanti sul mercato. Di più, se la cura, di politica industriale e politica del lavoro, non è rinviabile, il dosaggio delle ricette è pur sempre discutibile, legato come sempre a visioni e interessi contrastanti che pur devono trovare una non facile composizione. Abbiamo una buona costituzione e delle istituzioni riformabili per quanto si rivelino poco adeguate che a questo servono e speriamo nell’intelligenza, acuita dall’emergenza, di chi le amministra e ci rappresenta.
    Dietro a tutto, la nuova economia globale. Il mercato non è più il territorio ma il mondo, la concorrenza non è più fra le imprese ma fra i sistemi paese o addirittura continentali, i conflitti sociali non sono più fra classi ma fra attori produttivi (imprenditori e lavoratori, poco cambia) e sceneggiatori finanziari. Dove esiste una variabile impazzita e fuori controllo come la finanza internazionale.
    La disoccupazione, i fallimenti, i suicidi di oggi sono il tragico epilogo della leggerezza con cui molti, quasi tutti (anche chi solo su posizioni di opposizione non costruttiva), abbiamo alimentato questo sistema almeno negli ultimi 20 anni, immaginando che i benefici economici e le protezioni sociali del mondo ricco che se li era conquistati e se li consentiva non avessero un costo ribaltabile su qualcun altro, in casa propria o altrui, escluso dai privilegi, che la crescita potesse essere illimitata. Della delega, della cessione fiduciaria di quote di responsabilità ad un mercato che quando è abbandonato a sé stesso produce distribuzioni di ricchezza sempre più inique ed improduttive, opera nell’interesse di pochi e spiana la strada alla disperazione di molti.
    Urge che la (buona) politica si riappropri delle sue competenze, ai diversi livelli, nazionale, comunitario e degli organismi internazionali, ai quali sia possibile aggredire i diversi tipi di problemi.
    Dino Murgolo (Trecate)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *