Melania e i fari dei media: è giusto mettere un limite alla cronaca?

By on maggio 13, 2011
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text-align: center;”>Foto Caso Melania Rea

Ancora un atroce fatto di cronaca e ancora tutti i riflettori della tv puntati addosso. Parliamo del triste caso della povera Melania Rea. Su questo blog, che “come noto”, si occupa solo ed esclusivamente di televisione, non tratteremo ovviamente gli aspetti giudiziari e cronachistici del “giallo” ma cercheremo di sottolinearne i risvolti mediatici, ancora una volta “inevitabili”, ponendoci alcune domande e proponendo alcune opinioni. Ci piacerebbe soffermarci brevemente in particolare sull’ aggettivo “inevitabile”: è davvero “inevitabile, necessario” mettere in moto per ogni triste caso di cronaca nera, un poderoso e infinito excursus mediatico, una lunga gara all’ultimo particolare, intrigo, sotterfugio?

La prima domanda (forse l’unica) che ci viene da fare è “qui prodest?” ovvero “a chi giova?”. Come accaduto nel corso degli ultimi mesi per alti casi “simili”, le povere Meredith Kercher, Sara Scazzi e Yara Gambirasio, ci siam trovati (parlo di noi telespettatori), letteralmente assediati da programmi che dalle 7 del mattino all’una di notte, non hanno fatto altro che rincorrere il “particolare”, con l’”aggravante”, da parte delle direzioni di rete, di stravolgere improvvisamente i palinsesti, trasformandoli spesso in perfette fotocopie tinte di giallo e purtroppo di “rosso”.

Ecco quindi l’alternarsi di titoli e programmi dedicati all’ultimo caso, quello di Melania, dalla Rai a Mediaset (da Porta a Porta a Quarto grado, da La Vita in Diretta a Chi l’ha Visto? e Mattina5), fino alle tv locali, tra ospiti e opinionisti (di professione) più o meno competenti, esperti, criminologi e professori  universitari, onnipresenti in quella che è stata definita la “tv del dolore”. Tra tutti i presenzialisti di “questo genere”, va detto, i migliori risultano spesso i giornalisti di provincia, esperti di cronaca e del territorio a cui nessuno però riconosce sempre il giusto valore.

Anche per la povera Melania quindi, è iniziato il solito lungo accerchiamento mediatico e siamo di nuovo a chiederci: “a chi giova?”. Non vogliamo infatti qui discutere o entrare nel merito delle singole trasmissioni che come potrebbe dire qualcuno, si attengono al diritto di cronaca (e ci mancherebbe), quanto piuttosto sulla loro durata e su certi eccessi descrittivi.Quindi, a chi giova un approfondimento tanto lungo e particolareggiato?

Alle indagini? I casi precedenti affermerebbero il contrario. Giova allora all’informazione? Diremmo proprio di no, per due motivi: il primo è che sapere particolari minimi di un fatto di cronaca non aggiunge (spesso) molto alla storia in se; il secondo è che spessissimo queste storie finiscono improvvisamente nel dimenticatoio per cedere il passo al nuovo triste caso, senza che poi la “conclusione” del primo riceva la stessa copertura informativa.

Giova ai familiari delle povere vittime, posti improvvisamente al centro dei teleschermi? No! Diverso è (dovrebbe essere) il caso di personaggi “già pubblici” a cui capitano disavventure o problemi di salute, come quello recente di Lamberto Sposini.

E allora a chi giova? Domanda retorica e risposta scontata: all’audience e alla “curiosità” del pubblico sovrano italiano, educato maluccio (ci è concesso dirlo?) dai network nostrani (anche se, lo ripetiamo, qualcuno potrebbe dire giovi al diritto – dovere di cronaca).

Ma qual è il limite? Esiste? Se ne discute da mesi e mesi… Altrove, giusto per non farci mancare un tocco di “esterofilia”, i casi di cronaca non vanno mediamente oltre i dieci giorni di programmazione. Magari vengono ripresi ma senza assedio o processi “24 ore su 24”.

E allora lo ripetiamo? Sarebbe giusto mettere un limite alla cronaca? Restiamo con questo interrogativo e con queste brevi opinioni, ricordando a noi e agli altri che alla fine ci resta pur sempre il telecomando.

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