La colf di Belen Rodriguez: “Pagata in nero per quattro anni”

By on maggio 27, 2012

foto belen rodriguezL’argentina che paga in nero la brasiliana: quando si dice solidarietà fra persone provenienti dallo stesso angolo del mondo, eh? L’argentina è Belen Rodriguez; la brasiliana è l’ex colf. Che ha deciso di denunciare pubblicamente la sua condizione di lavoratrice in nero. La donna, infatti, fa sapere di aver prestato servizio presso l’abitazione di Belen per quattro anni, dal gennaio del 2007 e il dicembre del 2011. Senza mai essere regolarizzata. Per sostenere quest’accusa – e qui viene il bello – ha citato come testimone l’ex compagno della Rodriguez. Cioè Fabrizio Corona, naturalmente.

Il prossimo 30 maggio, dunque, la disinibita showgirl dovrà presentarsi presso il Tribunale del lavoro di Milano e dire la sua. Convincere i giudizi che è tutto falso e dimostrare la sua innocenza: a tal fine, anche lei ha chiesto sostegno a Corona. A cui tocca il compito di scegliere da che parte stare. Belen sarà sostenuta anche dalla sorella Cecilia e da un avvocato esperto di diritto dell’immigrazione. Insomma: nonostante lei giuri di non essere il diavolo, in questo periodo deve vedersela con un bel po’ di dita puntate nella sua direzione. Che ormai non riguardano soltanto la sua nuova liaison con il baby ballerino Stefano de Martino, ma spaziano a 360 gradi. La sensazione è che la focosa fanciulla stia perdendo consensi, diciamola tutta. E torniamo alla colf brasiliana…

Risiede in Italia da diversi anni da irregolare (non avendo, appunto, un contratto) e ha una figlia; pare abbia raccolto tutte le prove riguardanti l’attività prestata pressoché quotidiana nell’appartamento di Belen e pretende dunque il riconoscimento di lavoro subordinato. Oltre a ciò, chiede un risarcimento danni per omessa regolarizzazione sul territorio: ancora non ci sono notizie sulla cifra in ballo, ma certamente si tratta di alcune decine di migliaia di euro. Cosa succederà, adesso? La Rodriguez farà la sua apparizione nel Palazzo di Giustizia oppure no? E, soprattutto, a chi daranno ragione i magistrati?

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