Marco Travaglio non tifa Italia: “Nessuna vittoria cancellerà lo scandalo del nostro calcio”

By on luglio 1, 2012
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Chi un po’  lo conosce e lo segue non si è certo stupito delle sue  parole. Gli altri, quelli che davanti all’emozione del pallone non ammettono riflessioni minimamente critiche, hanno colto l’occasione per dargli ancora una volta dell’antipatico, dello spocchioso e chi più ne ha più ne metta. In realtà Marco Travaglio ha solo risposto ai tanti che continuavano a sottolineare il suo atteggiamento da “non tifosodella Nazionale azzurra attribuendogli le etichette di “disfattista“, “traditore” e “anti-italiano“. Che il vicedirettore del Fatto Quotidiano non tifasse Italia, almeno negli ultimi anni, era cosa nota ai più: lo aveva già dichiarato in occasione dei mondiali di Sudafrica del 2010, suscitando lo stupore generale dei colleghi e dei protagonisti di quella (disastrosa) avventura calcistica. “Io non riesco a tifare la Nazionale perchè c’è Lippi che l’allena. Per me è impossibile – dichiarò Travaglio alla vigilia del Mondiale ospite di Victoria Cabello su La7 – Sono come la ‘Trota’ (Renzo Bossi, ndr), ma non per le stesse ragioni per cui lui non tifa. Io non ho nulla contro l’unità nazionale, anzi uno dei periodi che mi piace di più è il Risorgimento, ma detesto questo apparato del mondo del calcio che rappresenta Lippi e il mondo della federazione. Non potrei mai vederli un’altra volta con la coppa in mano“. Apriti cielo. In un Paese come il nostro, chi tocca la Nazionale è bersaglio delle critiche più disparate, che in quell’occasione arrivarono puntuali da ogni parte.

Ma quella di Travaglio non ha nulla a che fare con sentimenti antinazionali, come ha già spiegato due anni fa, bensì è un’idiosincrasia che nasce dal costume tutto italiano di entusiasmarsi per poco e dimenticare troppo facilmente. Entusiasmarsi per le vittorie di una squadra di calcio e dimenticare che quella stessa è composta da soggetti implicati in vicende di corruzione oscure e lesive del principio di lealtà sportiva che dovrebbe informare ogni competizione. Lui, che da tifoso sfegatato della Juventus ha sottolieato più di tanti altri commentatori le responsabilità dell’intero club bianconero nello scandalo della cupola di Calciopoli gestita da Luciano Moggi (gli ha dedicato anche uno dei suoi primi libri, Lucky Luciano), non riesce a separare il gioco dalla triste realtà fuori dal campo, proprio perchè le due cose sono strettamente dipendenti. Così, una volta per tutte, ha deciso di mettere nero su bianco le motivazioni del suo mancato tifo alla Nazionale italiana, anche in occasione della finale con la Spagna che vale il titolo di Campioni d’Europa (alcuni stralci dell’editoriale di Travaglio dopo il salto).

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Il vicedirettore  del Fatto dedica il suo editoriale a chi continua ad attaccarlo per il suo atteggiamento, “a chi replica con argomenti seriosi, patriottici, nazionalistici: tifare contro la Nazionale di calcio sarebbe disfattismo, tradimento, intelligenza col nemico teutonico. Se è per questo ho tifato pure per Spagna, Croazia, Irlanda e Inghilterra quando giocavano contro l’Italia. Invece ho tifato per l’Italia in altri tempi, quando a simboleggiarla erano i Bearzot, gli Zoff, i Trap. Anche allora c’era qualche furbetto coinvolto in scandali, tipo Rossi nel 1982: ma avevano pagato il conto con la giustizia”.

La Nazionale di oggi invece non merita sostegno, secondo Travaglio, perchè un suo successo finirebbe per incrementare l’abitudine di noi italiani di annacquare le colpe sotto l’euforia effimera delle vittorie calcistiche: “si usano le vittorie sportive (anche quelle meritate, come contro la Germania) per chiudere altre partite senza neppure aprirle: quella del calcioscommesse, che al rientro dei nostri eroi in mutande sfocerà nei deferimenti di club di serie A e di parecchi giocatori, forse anche azzurri; e addirittura quella della politica e dell’economia europea, con una ridicola, puerile, penosa ricerca di vendetta su paesi più virtuosi del nostro”.

E poi la motivazione reale del suo atteggiamento ipercritico, che non è un banale tifo al contrario, ma l’esigenza di mettere il mondo calcistico italiano di fronte alle proprie responsabilità: “Io vorrei sapere, che si vinca o si perda, cos’è quel milione e mezzo versato da capitan Buffon a un tabaccaio di Parma. Vorrei sapere quali e quanti dirigenti e calciatori coinvolti nell’inchiesta di Cremona per essersi venduti le partite in barba ai tifosi e alla lealtà sportiva, sono colpevoli o innocenti. E vorrei che i colpevoli fossero radiati e condannati. Nessuna vittoria all’Europeo può cancellare lo scandalo. E invece c’è chi confonde i piani. È bastato che Buffon parasse tutto ai tedeschi perché Capezzone (…) intimasse non si sa a chi né perché di ‘chiedere scusa a Buffon’. È bastato un paio di partite vinte perché tutti si scordassero che uno dei nostri eroi, Bonucci, è indagato nel calcioscommesse. Era già accaduto nel 2006, col Mondiale vinto un mese dopo Calciopoli: la coppa diventò un aspersorio per benedire e assolvere mediaticamente i ladroni con l’Operazione Amnesia, che ha la stessa radice di Amnistia”.

Senza voler confondere i piani, forse si può allo stesso tempo tifare per la bandiera e criticare chi la rappresenta. O forse no?

About ClaudiaGagliardi

Nata a Pompei nel 1987, si è laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul pluralismo e l'indipendenza dell'informazione e sta per specializzarsi in Comunicazione istituzionale. Oggi si occupa delle pagine di attualità del portale Excite.it. Appassionata di giornalismo e di politica, segue con attenzione il mondo della televisione, spesso con occhio critico, soprattutto sul versante della qualità dell'informazione. Divoratrice di programmi di approfondimento e di satira, ma anche di serie tv ("Friends" e "Lost" su tutte) e di cinema, insegue il sogno di diventare giornalista professionista.

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