Don Matteo, utopia e semplicità complici di un successo duraturo nel tempo

By on dicembre 15, 2012

C’è crisi un po per tutti, lo sanno bene le famiglie italiane che si vedono costrette a dover rinunciare ai regali di Natale in famiglia per farle al quasi ex premier Mario Monti, e lo sanno bene anche in Rai, che, in tempi di spending review, preferiscono usare i loro (ma anche nostri) soldi investendo sul presunto 45% di Benigni e la sua Più Bella del Mondo, cercando di fornire qualità ed intrattenimento amalgamandoli alla perfezione. Quella però è solo una serata, per le altre si preferisce puntare sull’usato sicuro, capace di garantire ascolti e popolarità che accolga i gusti del classico e sempre fedele pubblico dell’ammiraglia rai.

Ne è un esempio lampante la saga di Don Matteo, che, anche in replica, riesce sempre e comunque a dare grattacapi alla concorrenza, che si ritrova ogni volta a dover soccombere al grande successo di pubblico del prete in bicicletta. Nella puntata andata in onda ieri sera infatti, l’intrepido investigatore ha catturato ben 5.734.000 ascoltatori con il 20.35% di share nel primo episodio e 5.183.000 ascoltatori ed il 21.46% di share nel secondo, battendo di gran lunga la commedia romantica L’amore non va in vacanza di Canale 5 che ha fatto registrare il  13.69% con 3.184.000 ascoltatori, e la Tim Cup di Rai 2 con l’incontro Milan-Reggina che si è fermato a 3.014.000 tifosi all’ascolto con il 10.99% di share.

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Nonostante Terence Hill non abbia chissà quali eccelse doti recitative, o che la fiction della Rai brilli in originalità, basta mettere insieme dei bravi attori, la religiosità, dei simpatici intermezzi ed il successo è assicurato. L’insieme è una certezza per la rete, immutata da tempo, che non si smentisce neanche quando viene riproposta facendo indossare al prete, invece della classica talare, una divisa da guardaboschi. La trama la conosciamo bene e si ripete ogni volta. In una cittadella umbra denominata Gubbio si susseguono periodicamente omicidi, per la quale don Matteo, in un modo o in un altro, si trova sempre coinvolto; i carabinieri cominciano ad indagare, arrestano un presunto colpevole, il maresciallo perde una partita a scacchi con il prete e da qui scaturisce l’intuizione che porterà il sacerdote a scoprire il vero colpevole, esattamente 2 minuti prima che lo facciano i carabinieri. Sempre la stessa storia, con nomi diversi ma procedimento uguale, che ha portato nel tempo milioni di spettatori a non mancare mai a nessun appuntamento in canonica, quasi fosse la messa della domenica per un seguace cristiano.

Si è provato a replicare il successo sostituendo la talare nera con un altrettanto nero costume da suora, tant’è vero che nell’ultima di don Matteo, la religiosa Elena Sofia Ricci incontra direttamente il pastore Terence Hill rimarcando il suo motto “Che dio ci aiuti“, ma la capacità di attirare fedeli spettatori che appartiene all’ex scazzottatore, forte anche di anni di messa in onda, non è di pertinenza anche alla sua consorella, che ha messo in piedi un prodotto simile nella confezione ma non del tutto nella popolarità. Che le storie proposte siano inverosimili è chiaro agli occhi di tutti, spesso si eccede nel buonismo quasi fino a diventare grottesco, le personalità proposte sono unidirezionali e sempre uguali a se stesse, c’è quella facilità di comprensione che non ti costringe a seguire in maniera attenta l’evolversi dell’episodio, ma anzi permette a chi guarda di staccare la mente dalla realtà e trasferirsi nel mondo utopico ricreato in questa serie.

Gli stereotipi ci sono tutti, il prete buono e comprensivo (difficile da trovare nella realtà…), il vecchio maresciallo e padre bigotto che cerca di imporre alle figlie un rigore che non sempre ottiene, e che spesso finisce sottomesso al pugno di ferro della moglie. Tanti i bambini che si susseguono in canonica, per ogni edizione uno diverso ed ognuno con una famiglia difficile alle spalle, e da qui si può facilmente comprendere quanto irreale sia tutta la storia, chi mai nella società attuale sarebbe disposto ad affidare il proprio figlio ad una canonica, per quanto difficili siano le vicende familiari!? E poi come dimenticare Pippo e Natalina, i due simpatici e bislacchi sagrestani che con le loro strambe situazioni spezzano la monotonia della trama sempre uguale e strappano un sorriso a chi dall’altra parte dello schermo è in trepida attesa della risoluzione del caso del giorno grazie all’intuizione di don Matteo.

Nella realtà, invece, Gubbio è una cittadella tranquilla, con le sue tradizioni e consuetudini. Se davvero fosse come viene descritta nella fiction ci sarebbe da scappare per la serie infinita di omicidi, ma almeno ci sarebbe la certezza che in breve tempo tutti i nodi verrebbero al pettine e giustizia sarebbe fatta, giusto il tempo di una partita a scacchi. Purtroppo il nostro mondo è ben distante da come qui viene disegnato, ed è forse  questo che ci spinge a continuare a seguire le indagini del prete nonostante le infinite repliche, che ogni volta riesce a farci ritrovare quella semplicità e quel senso di giustizia che spesso vengono a mancare in tv, e che, ancora peggio, spesso vengono a mancare nella vita reale.

Vito Tricà

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One Comment

  1. Rossella

    dicembre 15, 2012 at 21:54

    Non ci vedo niente di utopico: anzi! Perché utopia? Mi sembra solo una storia d’amore. Don Matteo è protagonista in relazione al racconto dell’amore e della persona. Una storia molto comune: niente di spettacolare! Forse nell’Italia di oggi è meno manifesta, però esiste e prova di questo è il fatto che le forze dell’ordine hanno le stesse regole di sempre. Infatti il Capitano dovrebbe essere trasferito nel momento in cui si fidanza con la figlia del maresciallo. Almeno a me risulta così. Se gli autori avessero fatto questa scelta narrativa noi adesso non ci ritroveremmo a parlare d’utopia: l’ Amore ha le sue regole! Il sacrificio per amore o per amicizia non ha il sapore dell’utopia: mi sembra un terreno molto solido su cui magari non si costruisce niente… almeno si rimane in piedi o seduti. Più certo di così!

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