Il Clan dei Camorristi, intervista esclusiva a Francesco Di Leva: “Dalla serie deve venir fuori il positivo”

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text-align: justify”>francesco di leva il clan dei camorristi“Il Clan dei Camorristi” giunge oggi alla terza delle otto puntate, e con molta probabilità continuerà a regalare alla rete un buonissimo livello di ascolti (il 25 Gennaio e il 1 Febbraio la serie ha sfiorato i 5 milioni di spettatori e il 20 % di share). Ad affiancare Stefano Accorsi e Giuseppe Zeno c’è anche Francesco Di Leva che interpreta il perfido Ciccio Capuano. L’attore partenopeo non è nuovo a prestare il proprio volto per storie legate alla camorra (è stato ad esempio in scena per il terzo anno consecutivo con lo spettacolo Gomorra di Roberto Saviano) e dall’intervista che ci ha rilasciato potrete forse capire il motivo. Il dramma vissuto in molte zone delle terre campane sta particolarmente a cuore a Francesco forse perché lo vive sulla propria pelle sin da bambino. Proprio per questo ha deciso di costruire, assieme ad alcuni suoi amici, il NestT, un teatro che permetta ai ragazzi del suo quartiere di avvicinarsi a questa importante forma d’arte e trovare così “un’alternativa”, come lui stessa la definisce. Per quanto riguarda invece l’attacco di Salvatore Ronghi – segretario generale della Regione Lazio – relativo alla serie, Francesco Di Leva ha molto da ridire. Non vi resta che leggere le sue parole nell’intervista rilasciata a LaNostraTv. Vi invitiamo inoltre a non perdere l’appuntamento con la terza puntata de “Il Clan dei Camorristi” in onda questa sera alle 21.10 su Canale 5.

Cosa si propone di raccontare “Il Clan dei Camorristi”?

Principalmente vent’anni di criminalità nelle terre campane e la collusione tra la camorra e la politica. Speriamo che dalla serie venga fuori qualcosa di positivo, che si riesca a intravedere il dramma e capire.

Com’è stato interpretare il tuo personaggio, Ciccio Capuano?

“Divertente” non è chiaramente la parola giusta, ma per un attore è intrigante avere a che fare con scene d’azione, hanno sempre un proprio fascino. Capuano è un personaggio feroce, sanguinario, forse uno dei più sanguinari all’interno della serie: è un uomo che non teme la morte, uno pseudo pazzo per cui vivere o morire non fa alcuna differenza. In generale è stato molto bello lavorare con Angelini e Alexis (i registi, ndr), si è creata una grande energia sul set e un grande lavoro di squadra.

Qual è la responsabilità di lavorare per questo genere di storie?

Credo che il rischio sia che di questi personaggi si tragga spesso il mito e l’invincibilità più che la crudeltà e ciò a cui poi sono destinati, come la galera o la morte. Purtroppo non si riesce ad andare oltre al primo strato rappresentato dal potere e dal denaro senza considerare poi cosa significa fare i conti con la giustizia. E’ fondamentale che il telespettatore rifletta proprio su questo, deve venir fuori il disastro, bisogna riuscire a intravedere il male per poterlo sconfiggere.

Salvatore Ronghi dopo la prima puntata ha asserito che la serie rappresenta “un vergognoso e offensivo oltraggio a Napoli”. Da napoletano come reagisci a queste parole?

Scusa ma quale sarebbe l’alternativa, non raccontare? Io abito a San Giovanni a Teduccio, periferia est di Napoli, e negli ultimi 4 giorni si sono uccise 4 persone, di cui il più grande aveva 26 anni. Allora mi chiedo se questa cosa la devo sapere soltanto io, se deve essere ristretta a Napoli, oppure se debba essere messa agli occhi di tutti. E mi pongo l’interrogativo in quanto attore: far conoscere il male è l’unico modo per difendersi da questo. Da quando Roberto Saviano ha scritto “Gomorra” ad esempio, nessuno può più far finta di non sapere, ma questo solo perché molti fatti sono emersi grazie a un libro e la gente ne è venuta a conoscenza! Io non credo che la serie sia un oltraggio, il problema è – come dicevo prima – che si possa intravedere il mito, ma la colpa non è di chi fa la serie. Spero comunque che questo non accada: le cose bisogna raccontarle.

Parlaci del tuo progetto di costruire il NestT

Il NestT è un teatro che ho messo su assieme ad alcuni miei amici nel quartiere in cui vivo, e questo riprende il discorso di prima: io faccio l’attore e di una serie del genere mi prendo tutte le responsabilità, lavoro io stesso sul territorio per far sì che certe cose non accadano. Potevo scegliere di andare a Roma con la mia famiglia, invece ho scelto di rimanere qui con dei miei amici e aprire un teatro a mie spese: soldi con cui potevo ad esempio viaggiare, li ho utilizzati per costruire un teatro nel mio quartiere dove si ammazzano due volte a settimana, cercando  di creare un’alternativa per i bambini. Ci si può rifugiare in un’alternativa se c’è l’alternativa, ma se scappiamo tutti da Napoli è la fine. La mia idea è che ognuno possa “adottare” un bambino e farlo innamorare del proprio mestiere, che sia l’idraulico, il panettiere o l’attore, ma iniziamo a raccontare loro che c’è qualcos’altro oltre al crimine. Questo ora lo sto raccontando a te ma lo faccio da quando avevo 16 anni senza vantarmene: quando la sera mi metto a letto sto bene con me stesso.

Vedo che è un tema che ti sta molto a cuore

Questi quartieri bisogna viverli, bisogna scendere la mattina e trovarsi un cadavere a terra prima di parlare. Quando ero bambino la morte per me era diventata indifferente, qui è pieno di persone che sono indifferenti alla morte, e questo è bruttissimo. C’è troppa gente che dispone della vita e della morte di altre persone.

Parliamo dei tuoi progetti futuri: andrai in scena con lo spettacolo “Educazione Siberiana”

Esatto, è un progetto che parte da un’idea mia e di Adriano Panatelo e a cui stiamo lavorando proprio nel NestT. Debutteremo il 26 febbraio a Torino, e ci spingeremo all’estero l’anno prossimo. Lo spettacolo tratta di una comunità turca di “criminali onesti” che nasce in Transnistria tra il 1930 e il 1940 quando un gruppo di naviganti che Stalin deportò sulle rive del fiume Nuestra decisero di formare una propria comunità che combattesse il regime. Si definiscono così dei criminali onesti, e la cosa curiosa è che raccontano la propria vita attraverso i loro tatuaggi: tramite questi ognuno riesce a riconoscersi senza neppure presentarsi, i tatuaggi parlano per loro.

About Vanessa Colella

Nata a Roma nel 1989, ha conseguito la laurea triennale in Scienze Statistiche presso la “Sapienza”, e sta proseguendo i suoi studi con la laurea specialistica in “Statistica, assicurazioni e finanza”. Si è inoltre diplomata presso l’accademia di Roma “La maschera in soffitta”, prendendo successivamente parte ad alcuni spettacoli teatrali. Ama leggere i gialli e soprattutto d’estate…altrimenti lo studio passa totalmente in secondo piano.
Articolo aggiornato il

One Comment

  1. Gennaro

    febbraio 12, 2013 at 11:02

    Ciao Francesco tu forse nn ricordi ma noi ci conosciamo da tempo io posso solo dirti che reciti da sballo e che ti seguiamo da tempo dalla prima comparsa nella squadra tu il parere della gente non lo da retta tanta la gente che dice che il film rovina i ragazzi e solo una scusa perché quello che si rovina e già rovinato continua così che vai na bomb come si dicea san giovanni si nu mostr ok ciao con stima Gennaro Limatola

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