Laura Boldrini contro l’uso del corpo delle donne in pubblicità: “L’oggettivizzazione è pericolosa”

By on maggio 18, 2013

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Laura Boldrini ha fatto della lotta alla violenza di genere una bandiera sin dal suo discorso di insediamento alla Presidenza della Camera: la necessità politica di occuparsi di quella che banalmente viene etichettata come una delle tante emergenze del paese, secondo la terza carica dello Stato va affrontata non solo con le leggi e le risorse adeguate, ma anche attraverso una rivoluzione culturale che intervenga sulla rappresentazione della donna nella cultura popolare. In primis quella veicolata dai media e dalla pubblicità, per intenderci.

Laura Boldrini nelle ultime settimane è torna a rilanciare l’allarme sulla condizione femminile in Italia, ricordando che una vera parità dei generi è ancora lontana da venire in un Paese in cui solo il 47% delle donne ha un lavoro e spesso proprio la mancanza di indipendenza economica impedisce di sentirsi davvero libere, fino ai casi estremi in cui si rinuncia a difendere la propria vita pur di non ritrovarsi sole e senza tutele. L’altra faccia della mancanza di parità la fotografano i numeri dei femminicidi in Italia: 115 le donne uccise solo nel 2012, di cui 74 per mano di un marito, un compagno, un ex. Donne uccise in quanto donne. E se sta lentamente prendendo corpo il progetto del ministro delle Par Opportunità Josefa Idem di una task-force contro il femminicidio, la presidente della Camera Boldrini ha invocato anche un intervento legislativo per limitare la mercificazione del corpo della donna nella pubblicità, perchè se il femminicidio non è certo figlio del solo e becero maschilismo, è anche vero che c’è un sostrato culturale che tende a rappresentare sempre e comunque la donna come qualcosa da possedere. Messaggi che nel tempo hanno sedimentato un approccio terrificante nei condronti del genere femminile:

L’Italia è tappezzata di manifesti con donne discinte e ammiccanti. Tutto si vende attraverso il corpo delle donne. In tv i modelli sono quelli della casalinga o della donna seminuda. Da lì alla violenza, il passo è breve. Se da donna passi a oggetto, il messaggio è chiaro di un oggetto puoi fare quello che vuoi”.

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Laura Boldrini ne ha parlato di recente anche con la presidente della Rai Anna Maria Tarantola in un incontro a Montecitorio: possibile che i media italiani non riescano a liberarsi degli stereotipi sessisti nella rappresentazione del corpo femminile? Di fondo c’è l’idea che un bel corpo vende tutto, dai prodotti oggetto degli spot agli stessi spazi pubblicitari nei programmi tv, per cui una figura femminile senza o con pochi vestiti serve tanto a sponsorizzare beni di consumo, servizi e merce di qualunque tipo essa sia, quanto a trattenere davanti allo schermo un certo tipo di pubblico. E’ una regola su cui la tv commerciale ha fondato il suo successo (il documentario Videocracy lo spiega perfettamente, ricordando come le prime reti tv del polo Mediaset siano nate proprio trasmettendo spettacoli dove il nudo era un elemento centrale).

Cambiare quella regola significa provare a scardinare un tessuto culturale ormai sedimentato e più o meno diffusamente accettato. Se però esiste, come esiste, un problema di violenza di genere che assume i tratti di un fenomeno sociale diffuso, allora si pone la necessità di partire anche dall’aspetto culturale, perchè il rispetto si insegna in mille modi, anche trasmettendolo con quelle forme di comunicazione che costantemente invadono di messaggi (più o meno espliciti, più o meno corretti, più o meno efficaci) la nostra vita quotidiana. Laura Boldrini ha preso il coraggio a due mani proponendo di regolamentare l’utilizzo del corpo della donna nelle pubblicità. Un proposito forse utopico, di cui ha spiegato i motivi in maniera ancora più convincente qualche giorno fa durante un incontro pubblico a Venezia:

E’ inaccettabile che in questo paese ogni prodotto, dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna. In Italia le multinazionali fanno pubblicità usando il corpo delle donne, mentre in Europa le stesse pubblicità sono diverse. Dall’oggettivazione alla violenza il passo è breve. Serve più civiltà ponendo delle regole. Basta all’oggettivazione dei corpi delle donne perché passa il messaggio che con di un oggetto ne fai ciò che vuoi“.

Foto: lauraboldrini.it

About ClaudiaGagliardi

Nata a Pompei nel 1987, si è laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul pluralismo e l'indipendenza dell'informazione e sta per specializzarsi in Comunicazione istituzionale. Oggi si occupa delle pagine di attualità del portale Excite.it. Appassionata di giornalismo e di politica, segue con attenzione il mondo della televisione, spesso con occhio critico, soprattutto sul versante della qualità dell'informazione. Divoratrice di programmi di approfondimento e di satira, ma anche di serie tv ("Friends" e "Lost" su tutte) e di cinema, insegue il sogno di diventare giornalista professionista.

One Comment

  1. rossella

    maggio 18, 2013 at 21:18

    La penso allo stesso modo. Sicuramente saro’ impopolare, ma davvero fatico a comprendere gli inserzionisti. Io per differenziarmi non comprerei mai degli spazi pubblicitari. Meglio una fondazione o un premio letterario. Molto piu’ prestigioso e costruttivo dal punto di vista culturale. Al massimo capisco le telepromozioni: promuovono un prodotto illustrandone le caratteristiche. Gli artisti che continuano a farle sono quelli che preferisco. Mi piace la trasparenza. Dopo ogni blocco e’ giusto far capire che la pubblicita’ scandisce quella sequenza. Altrimenti il racconto diventa oro colato!

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