Un boss in incognito: il risvolto sociale del reality

By on febbraio 13, 2014
Un boss in incognito

text-align: justify”>Un boss in incognitoESORDIO AL 6.6% SU RAI DUE – Undercover boss: è un boss in incognito che si camuffa e va a lavorare con i suoi dipendenti. Il programma è in palinsesto su Rai Due per quattro settimane, con già tre puntate all’attivo. Dopo il grande successo sull’americana CBS (tant’è che la prima assoluta, andata in onda subito dopo il Super Bowl, si era avvicinata ai 40 milioni di spettatori), il format è stato poi venduto in molti Paesi del mondo. In Italia, sulla seconda rete Rai, la prima del docu-reality ha totalizzato il 6.6% di share, con una media totale individui di 1.930.000, in lieve crescita nella seconda puntata, lunedì 3 febbraio, in cui lo share è stato di 6.77% pari a 1.979.000 spettatori (qui il resoconto della seconda puntata) ed è parso assestarsi a 1.969.000 contatti medi e il 6.6% nella terza.

IL RISVOLTO SOCIALE DEL REALITY – Quello che solitamente la critica dice dei reality è che essi siano o palesemente recitati (citofonare Real Time) o, più semplicemente, beceri (praticamente, tutti quelli delle generaliste). Nel caso di Un boss in incognito, invece, seppure con un po’ di zucchero in più rispetto al format originale, l’intento di dare un risvolto sociale ad un genere tanto inflazionato quanto bersagliato è piuttosto riuscito. Questo vale non soltanto dal punto di vista di un audience che, quantitativamente, ancora non brilla (né, probabilmente, brillerà nella prossima ed ultima puntata), ma soprattutto dal lato social dell’evento, grazie anche ad un attento commentatore facebookiano come Costantino Della Gherardesca.

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LA CONDUZIONE DI COSTANTINO DELLA GHERARDESCA – Rivelazione per il pubblico generalista soprattutto grazie a Pechino Express, Costantino Della Gherardesca trova un apprezzabile equilibrio in una conduzione che oscilla tra l’ironia, l’attenzione verso il pubblico e l’indifferenza al protagonismo. La sua presenza non è particolarmente invadente, a differenza, invece, di quella delle telecamere: anche se ai dipendenti non viene raccontato il reale motivo delle riprese, si può supporre che chiunque si trovi di fronte ad una macchina da presa (soprattutto se sa che poi quel filmato lo vede il capo) mostri soltanto il proprio lato migliore. Ma su questo sorvoliamo, per non cadere nel cinismo. Per di più, com’è successo nella terza puntata, può addirittura capitare che uno dei dipendenti riconosca il capo nonostante il travestimento, ma faccia finta di niente.

AL “DOCU-REALITY” PASSANDO PER “REALITY” E “FICTIONALITY” – Quello che alcuni internauti rimproverano alla trasmissione è che si potrebbero usare delle telecamere nascoste per dare un maggior valore di veridicità alle situazioni, altrimenti si rischia di scivolare dal reality al fictionality. Le storie raccontate non si limitano, però, ad essere toccanti e, a tratti, lacrimevoli, con finale ad effetto sorpresa (con tanto di riconoscimenti conferiti ai dipendenti più meritevoli): esse sono, bensì, un punto di partenza quanto meno per indurre i boss a mettersi nei panni dei loro sottoposti. Tutto ciò può avere un risvolto “sociale” se non altro per le riflessioni che stimola. Naturalmente, però, se il capo si presta a girare una trasmissione del genere, è già una persona (almeno intenzionalmente) attenta ai problemi di coloro che lavorano per lui. L’unica pecca si riscontra quando i riconoscimenti finali assumono il carattere di puro spirito di carità da parte di un capo che si rimpossessa del proprio ruolo, ma è proprio per questo che è bello aver visto il boss con le “mani sporche”. Con buona pace di chi, in mancanza di risvolti sociali, avrebbe semplicemente (e nuovamente) urlato al trash.

Federico Moracci

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