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A Piazzapulita va in scena il funerale della Lega: con le dimissioni di Umberto Bossi è finita la seconda Repubblica?

Scritto da , il 6 Aprile, 2012 , in Programmi Tv

text-align: center”>Piazzapulita: dimissioni Bossi

Sono bastate 48 ore e le inchieste di tre Procure, quelle di Napoli, Milano e Reggio Calabria per affondare la Lega Nord di Umberto Bossi: il Senatùr si è dimesso ieri pomeriggio alle 16.30 dal ruolo che ha ricoperto per 23 anni, quello di segretario del Carroccio, perchè sommerso dallo scandalo Belsito, il tesoriere indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato. L’accusa è pesantissima: i soldi pubblici dei rimborsi elettorali sarebbero stati utilizzati per usi privati dalla famiglia Bossi, in primis per la campagna elettorale che ha portato il figlio Renzo detto “il Trota” in Consiglio regionale lombardo, poi per la ristrutturazione della villa di famiglia a Gemonio, ma anche per sovvenzionare la Scuola Bosina, l’istituto privato fondato da Manuela Marrone, moglie di Bossi, per comprare e noleggiare auto di lusso, pagare il diploma del giovane Renzo e comprare titoli di laurea fasulli. Dalla carte delle inchieste emergono anche versamenti in nero nelle casse del partito ad opera di Bossi, denaro che per gli inquirenti potrebbe essere frutto di corruzione o un tentativo di riciclaggio.

A celebrare il funerale del movimento padano, almeno per come lo abbiamo conosciuto (forcaiolo, antipolitico e reazionario) ci ha pensato Piazzapulita di Corrado Formigli: quale migliore notizia delle dimissioni di un capo di partito per un programma di approfondimento politico? Il giornalista pensa bene di entrare in studio mostrando un cappio, come quello sventolato da un deputato della Lega Nord alla Camera nel lontano ’93, in segno di protesta contro i partiti corrotti. Ed ecco che adesso al centro di un’inchiesta in cui si parla di soldi della ‘Ndrangheta, frequentazioni pericolose di Bossi Jr, contributi pubblici finiti nelle tasche della “Family” (è questo il nome di un fascicolo trovato nella cassaforte del tesoriere, presumibilmente contenente i dati sulle elargizioni di danaro ai Bossi), c’è il partito anti-sistema che ha portato i secessionisti in Parlamento. A commentare la fine dell’era Bossi, ci sono Nichi Vendola, i giornalisti Enrico Mentana, Marco Damilano e Peter Gomez, l’imprenditore Guido Martinetti e Andrea Romano di Italia Futura. A pochi mesi dalle dimissioni di Berlusconi, la scelta di Bossi di rinunciare alla segreteria del partito segna la fine di un’epoca: secondo gli ospiti di Fromigli è ormai finita la Seconda Repubblica.

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Una cerimonia funebre in piena regola, quella allestita a Piazzapulita: c’è Vendola che si dispiace per i sostenitori leghisti, Gomez che gli fa da eco e i militanti in collegamento video commossi nel guardare le immagini storiche del grande capo. A spiegare lo scandalo che ha affossato la Lega bastano le intercettazioni telefoniche tra il tesoriere Belsito e la segretaria di Bossi Nadia Dagrada, da cui si evince un elenco interminabile di spese personali e familiari coperte con i soldi del Movimento. Dettagli che smontano inesorabilmente l’etica dura e pura sbandierata dai leghisti in anni di insulti al Paese a suon di “Roma Ladrona” ed altre irripetibili finezze verbali.

Eppure c’è chi ancora si ostina a difendre Umberto Bossi, nonostante il suo nome e quelli della sua famiglia al completo siano indicati nei verbali dei Carabinieri del NOE come destinatari di rilevanti somme di denaro e pertanto passibili del reato di appropriazione indebita. Il sindaco di Macherio Giancarlo Porta, leghista espulso dopo aver criticato il suo stesso partito, sostiene che in realtà il Senatùr fosse vittima delle mennzogne dei suoi familiari, tenuto all’oscuro delle loro spese disinvolte, addirittura “convinto che i suoi figli si stessero laureando e invece le lauree le compravano“. Ma è davvero possibile che un leader dall’esperienza trantennale come Bossi non si rendesse conto di ciò che gli accadeva intorno? Le sue dimissioni suonano piuttosto come un’ammissione di colpa: “Chi ha sbagliato paga, qualunque sia il suo nome” ha detto di fronte al Congresso Federale. E giornlisti e politici farebbero meglio a preoccuparsi di come risolvere la questione della trasparenza dei partiti e del finanziamento pubblico, piuttosto che celebrare con tutti gli onori le esequie al compianto movimento dei lottatori padani.